L’importanza di chiamarsi Angst: La leggenda di Ghella

•02/01/2009 • 4 Commenti

scala-di-servizioCuriosando su alcuni libri scovati in una biblioteca un pochino fuori dagli schemi, ho letto con curiosità di una vecchia leggenda riguardante appunto la genesi dell’hotel Angst che si intreccia con la storia di un’anziana signora attaccata alla sua terra e che il culto della terra, anche se ormai in disuso, ancora praticava…

La vecchietta, di nome Ghella, viveva a Bordighera in una piccola casina immersa nel verde. Tutto iniziò quando un ricco magnate svizzero di nome Adolf Angst arrivò a Bordighera con il sogno di costruire il più grande ed imponente albergo d’Europa e proprio a Ghella si rivolse per acquistare il terreno utile alla causa. Furono mesi e mesi di insistenze e continue offerte, ma all’anziana signora nulla importava, né il denaro né il tempo che passava, lei dalla sua terra non voleva essere cacciata. Il tira e molla continuò fino a quando una notte d’autunno, qualcuno diede fuoco alla casa e con essa bruciò anche Ghella della quale non fu mai ritrovato il corpo. Tra le fumanti macerie invece fu trovato, da Adolf stesso, un grande e antico specchio ancora incredibilmente intatto.Adolfo lo prese e lo conservò, per poi esporlo in bella vista nella hall dell’Hotel “Bordighera” che aveva fatto nel frattempo edificare nel centralissimo piazzale della stazione. Con il passare del tempo la sua fama ed importanza crebbero a dismisura; ricevimenti, galà, cene e feste, personaggi importanti arrivavano da ogni parte d’Europa per soggiornare in quello che ormai era uno dei più elitari hotels del Continente. Ma la sua fama non era dovuta unicamente al servizio di prim’ordine offerto e al gran lusso; anche le leggende che aleggiavano nell’aria erano ormai note a tutti ed erano diventate il maggior motivo di attrazione. Pare infatti che la notte fosse accompagnata da strani rumori, porte che inspiegabilmente si aprivano per poi richiudersi violentemente e veloci passi che attraversavano i corridoi;e, ogni mattina, Angst trovava ai piedi del suo letto sottili capelli color argento. Si sa, il genere umano é strano, motivo per cui soggiornare in un albergo infestato dai fantasmi era un qualche cosa di stimolante, fino a quando…Fino a quando in una fredda notte del 1887, durante la festa in maschera del martedì grasso, tutti gli specchi si oscurarono, si spensero le candele, qualcuno sentì un’acida risata ed il grosso lampadario del salone cominciò a tremare; una tremenda scossa di terremoto devastò l’intera costruzione, morirono tutti tranne uno, Adolf Angst. Si dice che Angst riconobbe l’anziana Ghella che alle luci dell’alba si avvicinò all’antico specchio, ancora una volta intatto, fino a toccarlo x poi sparirci all’interno. Il magnate svizzero non si perse d’animo e fece edificare sulla via Romana e sul terreno dove un tempo sorgeva la casetta di Ghella, un hotel ancora più sontuoso del precedente, con l’intenzione di portarlo a grandi fasti e splendori, e ci riuscì. Angst, però, aveva un piano e non fece passare molto tempo che…una notte si alzò dal letto e andò nella nuova hall dove aveva fatto risistemare l’antico specchio. Lo coprì con un telo e poi tornò nella sua stanza. Quella notte gli spettrali rumori che avevano iniziato a manifestarsi anche nel nuovo stabile, aumentarono violentemente; passi, urla, colpi sui muri e sulle porte che durarono fino all’alba. Quando il primo raggio di sole illuminò la facciata della costruzione…pochi secondi di silenzio e poi un unico, disumano, gelido urlo. Ghella non riuscì a rientrare nello specchio e fu così sconfitta, almeno in apparenza. La gioia e la soddisfazione di Angst durarono poco; da quel giorno fu l’inizio del triste declino dell’hotel e la fine di Angst. Nel 1917 in tempo di guerra, l’hotel fu requisito ed adibito ad ospedale da campo; Il ricco svizzero si ammalò, una lunga e sofferta malattia che lo condusse alla morte il 30 Marzo 1924. Alla gestione subentrò il genero che aveva stoffa e talento da commerciante, ma ormai ogni tentativo di risollevarne le sorti risultò vano, e di conseguenza con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale l’edificio ormai sinistrato chiuse i suoi cancelli per sempre. Ancora oggi c’é chi giura di aver visto figure di donne affacciate alle finestre di piani ormai irraggiungibili in quanto le scale sono irrimediabilmente distrutte, parla di un muro sul quale qualsiasi cosa venga scritta, la mattina dopo risultava inspiegabilmente cancellata…

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L’importanza di chiamarsi Angst (Atto primo: La conoscenza)

•29/12/2008 • 4 Commenti
“King Volcano” Bauhausbiblioteca1Lo scricchiolio delle sterpaglie rinsecchite sotto i miei piedi, accompagna questo silenzio carico di tensione, ritmando i miei passi. Cauti, articolati..a testa bassa x guardare bene il tracciato e cercare di non cacciarmi nei pasticci. Già ci potremmo essere, io ed i miei occasionali compagni di quest’avventura…entrando qui abbiamo già commesso il primo reato…errare è umano, ma perseverare è diabolico…Tant’é che nessuno di noi 4 si é preoccupato più di quel tanto di fare del moralismo spicciolo, ed é stato un attimo penetrare in quella breccia nel muro senza farsi attanagliare più di quel tanto dai sensi di colpa. Da quanto sto camminando? Non lo so…ormai ho perso la cognizione del tempo, e delle misure…da fuori sembrava vicinissima la meta, o forse sono io che vado troppo lenta? Non importa…sono qui e sto x raggiungere il traguardo più ambito, sto x vedere il mio sogno avverarsi, nulla e nessuno mi può fermare…Nel frattempo il mio incedere passa dalla verzura al brecciolino, sto calpestando della ghiaia friabile, continuo ad avanzare cauta senza guardarmi attorno, entrando nelle orme lasciate da Beppe che cammina avanti a me tracciandomi il percorso.
Ho la mente così affollata di pensieri e sensazioni, che temo possa esondare da un momento all’altro, al punto di non accorgermi che i miei compagni di avventura si sono decisamente spostati verso ovest, ed io mi sono dissociata dal gruppo. Oddio…un muro…una grondaia annerita e consunta dal tempo…il mio “viaggio” è compiuto…mi fermo…alzo lentamente lo sguardo sulla parete giallastra intervallata da una cornice di mattonelle larghe grigie…finestre dai serramenti divelti…una scritta affrescata in stampatello ancora piuttosto leggibile: “Angst Hotel”. Sono arrivata!
C’è un cielo sfacciatamente blu in questa giornata di fine ottobre, così terso da sembrare finto. Ho un pò di tachicardia, erano anni che desideravo questo “incontro”, ed ora che sono qui…mi sento strana, confusa, felice, ansiosa…
Lascio scivolare dalla custodia la mia “Av-1″ caricata a dovere, e come uno spietato cecchino inizio a fare scatti, immortalando qualunque dettaglio che possa attirare la mia attenzione. Nel frattempo mi avvicino all’ingresso, ci sono una scalinata ed una piccola veranda dai vetri infranti…l’avevo solo immaginata, dalla strada non si poteva vedere…eppure mi rendo conto che quello da me tanto fantasticato combacia perfettamente con le mie descrizioni..la cosa inizia ad inquietarmi, mentre salgo lentamente lungo i gradini e mi avvicino alla porta della hall, parzialmente socchiusa…Sono indecisa se entrare o meno…il fitto vociferare all’interno mi fa chiaramente intendere che i miei amici sono già dentro…scosto leggermente il battente del portoncino ed eccomi nel salone d’ingresso…alla mia dx i miei 3 compagni che mi guardano in modo strano. Non è possibile….anche qui…la hall é come l’avevo immaginata…”Vade retro, strega!”, mi apostrofa Giorgio con il suo solito fare fra il serio e l’ironico. “Ma vaffanculo!”, la mia “garbata” risposta mentre sbianco vistosamente notando che…il pavimento è proprio di marmo bianco a..losanghe nere! Nel frattempo ,una “nevicata” di gesso proveniente dal soffitto va a posarsi sulla mia giacca nera, come monito x dissuadermi da eventuali futuri vocalizzi al di sopra della soglia di normale tollerabilità. Insomma….qui c’è davvero il rischio che crolli tutto, meglio darsi una moderata. Io riprendo nel mio paziente lavoro fotografico, e mi sposto sicura lungo i corridoi, come se conoscessi questo posto da sempre…dalla sala degli affreschi, al fumoir, dal salone dei ricevimenti,alle cucine nei sotterranei fino su nel sottotetto. Qui tutto è strano, quasi magico…Beppe e Giorgio, curiosi quanto me, assecondano le mie velleità, Beatrice preferisce rimanere al piano terra prendendo l’ultimo tiepido sole autunnale sulla gradinata d’ingresso. Mi sento come braccata da tutte queste immagini, ho il dito sul pulsante della mia Canon, quasi fosse il grilletto di una fantomatica pistola, vorrei poter immagazzinare tutto…e nulla più mi stupisce…Eccomi nel sottotetto a periziare la breccia nel soffitto, da dove si possono vedere i resti dell’insegna in legno, e poi giù lungo la scala di servizio, di nuovo nei sotterranei, poi…fuori…
Beatrice é lì che mi attende, era preoccupata x la nostra lunga assenza; le propongo di fare un giro sul retro, tanto x curiosare….
Non facciamo in tempo ad avvicinarci alla vetrata liberty che ornava lo scalone d’ingresso ai piani; dalla piccola dépendance sita alla nostra dx, si spalancano le imposte e fa capolino una donnetta anziana dai capelli di un improbabile rosso fuoco che inizia a gridare: “Andate via!!!! Qui è tutto marcio, andate viaaaaa!!!!”.
Attimo di défaillance: “Ci scusi, signora..non lo sapevamo, andiamo via subito, promesso”.
“Allora andate, che ci fate ancora qui?”
(Manco ci potessimo teletrasportare..belin…)
“Andiamo, ma prima dobbiamo cercare i nostri amici”
“I vostri bambini??? E’ pericoloso, qui è tutto marcio, crolla tutto!”.
Buona notte al secchio…la vecchietta ha scambiato lucciole x lanterne, e se io faccio un altro acuto..anche se sto fuori…dentro qualcosa potrebbe davvero finire in testa agli altri 2 che ancora sono a spasso x le stanze.
Salutiamo garbatamente, e….viaaaaa!
Prima che chiami la Polizia, o ci sguinzagli appresso i cani..meglio togliere il disturbo.
Torniamo sul fronte dell’hotel…di Beppe e Giò, nemmeno l’ombra.
Rientriamo nella hall…certo che..é comico chiamare qualcuno….sottovoce senza manco sapere dove si trova. Mi esce spontaneo un urlo dei miei, si stacca un pezzo di rosone centrale e mi colpisce il polso…però sento dei passi al piano superiore, e da lì a poco..ecco i nostri amici, con un colorito vistosamente cadaverico. “Non farlo più, ci hai fatto pigliare una strizza…lassù rimbombava tutto!”. Mi apostrofa Beppe vistosamente incazzato.
“Questa è casa mia e faccio quel cazzo che voglio, ok? Sono una Angst, e mi posso permettere questo e altro!”.
Gli sguardi dei miei amici sono eloquenti più di mille parole: “L’abbiamo persa…é fuori come un poggiolo”.

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